IDE: l’Italia scelta solo per il 5,3 per cento
Investimenti esteri, l’Italia scelta solo per il 5,3 per cento
Il sistema Paese perde sempre più quota e non regge il confronto con gli altri
Mestre (Giovanni Perrino) – «L’Italia non è appetibile per gli investitori stranieri. E, come se non bastasse, nel corso degli anni ha continuato a perdere attrattività», ha affermato Giuseppe Bortolussi della Cgia di Mestre commentando i risultati emersi dall’indagine condotta dal proprio Ufficio Studi sugli Ide (Investimenti diretti esteri) in Europa.
Nel 2005 solo il 5,3% (pari a 219.868 milioni di dollari), del totale degli investimenti mondiali fatti in Europa, sono avvenuti in Italia. Nel 2000 erano il 5,8% e nel 1990 addirittura il 7,8%. Il nostro sistema Paese perde sempre più quota e non regge il confronto con gli altri.
Nonostante il rischio di questi giorni che le grandi imprese italiane – come la Telecom o l’Alitalia – finiscano in mani straniere, gli esperti dell’Ufficio Studi dell’Associazione artigiani mestrina hanno raccontato quanto poco entusiasmo ci sia da parte degli investitori internazionali a portare i propri capitali in Italia per l’acquisto, ad esempio, di quote azionarie o per l’apertura di nuove esperienze imprenditoriali.
Il Belpaese rappresenta, in effetti, solo il 5,3% del totale degli investimenti esteri fatti in Europa (219.868 milioni di dollari). Un’incidenza ben lontana da quella registrata nel Regno Unito (19,7% e in termini assoluti pari a 816.716 milioni di dollari), in Francia (14,5% e 600.821 milioni di dollari), Germania (12,1% e 502.790 milioni di dollari) e Spagna (8,8% e 367.656 milioni di dollari). Anche piccoli Paesi come Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi arrivano ad attrarre ben più dell’Italia.
A rendere ancor più sconfortante il panorama delineato dall’Cgia c’è l’analisi storica del fenomeno degli ultimi quindici anni: nel 1990 l’incidenza degli investimenti stranieri in Italia sul totale Europa arrivava al 7,8%, nel 2000 era già scesa al 5,8%, per poi attestarsi al 5,3% del 2005.
«Il problema – ha concluso Bortolussi – è che scontiamo un forte ritardo del nostro sistema Paese rispetto ai nostri principali competitori europei. L’inefficienza della nostra pubblica amministrazione, la qualità dei servizi e delle infrastrutture materiali e immateriali costituiscono solo alcuni dei principali freni all’attrazione di capitali dall’estero».