Manager stranieri per le imprese di Stato
” II rinnovamento generazionale c’è in politica. Non nelle aziende, soprattutto pubbliche. Dove la vera svolta sarebbe nominare amministratori delegati di altri paesi; una garanzia di scelte basate sul merito, è chiedere troppo a Letta? ”
L’élite politica italiana si sta rinnovando (almeno dal punto di vista generazionale) e diversificando (almeno in termine di genere). Movimento 5 Stelle a parte, i principali partiti sono guidati da trenta o quarantenni. Un terzo dei ministri del governo Letta sono donne. Abbiamo anche un ministro di colore. Di contro, l’elite economica sembra sempre la stessa: vecchia e di sesso maschile. L’età media degli amministratori delegati delle dieci più grandi società non finanziarie italiane sfiora i sessant’anni e nessuno di loro è di sesso femminile. Il mancato rinnovamento produce anche una forte omogeneità culturale della nostra élite economica, come si può vedere da raffronti internazionali. Il 60 per cento degli amministratori delegati (Ad) delle dieci principali società non finanziarie inglesi è di origine straniera. In Italia nessuno degli Ad è straniero, solo due hanno un titolo di studio estero, e la metà non ha mai fatto una esperienza di lavoro all’estero in tutta la carriera. Questi ultimi aspetti, ancora più dell’età, stupiscono. Nel calcio siamo stati in grado di attrarre numerosi allenatori stranieri, perché non siamo in grado di fare altrettanto in campo economico? Gli inglesi riescono ad attirare i manager da tutto il mondo (compreso il nostro Vittorio Colao), perché noi non siamo in grado di fare altrettanto? In un mondo globalizzato, come si fa a gestire una società senza avere avuto esperienza diretta in mercati esteri? Si potrebbe obiettare che la composizione della nostra business élite è determinata dalle forze di mercato: se è fatta di uomini vecchi e rigidamente italioti vorrà dire che è quello di cui le nostre imprese hanno bisogno. Per quanto attraente questo ragionamento è sbagliato. Molte delle principali società italiane (da Eni a Enel, da Finmeccanica a Poste) sono controllate dallo Stato. I vertici di queste imprese riflettono il clientelismo politico più che l’efficienza economica. Anche per le imprese private, l’interazione con lo Stato rappresenta un importante aspetto strategico. Una scarsa capacità dell’Ad a gestire i rapporti con la politica penalizza un’azienda. Basta guardare le difficoltà di Marchionne, amministratore delegato della Fiat. Ma le colpe non sono solo dello Stato. Il modo di fare business in Italia è diverso, come mi viene costantemente ricordato quando sono in Italia. Le regole non vengono sempre seguite, la tolleranza per l’illegalità è diffusa, e proprio per questo si preferisce un manager fidato a quello bravo. Queste differenze non solo scoraggiano gli stranieri a venire nel nostro Paese: fanno anche emigrare quei nostri compatrioti con una mentalità più internazionale (come è stato il caso di Colao, fuggito all’estero dopo degli scontri con gli azionisti di Rcs). Se nel breve periodo un Ad autarchico sembra beneficiare un’impresa, nel lungo periodo la trascina nella tomba.
Privo di una visione ed esperienza internazionale, è inadatto a fronteggiare la competizione estera. Per di più un Ad autarchico contribuisce a perpetuare il nostro provincialismo: minacciato dai colleghi stranieri si sentirà in dovere di giocare la carta dell’italianità a protezione della categoria. Per rompere questo stallo è necessaria una terapia shock. Interventi graduali non servono, perché pochi manager diversi verrebbero immediatamente rigettati dal sistema. Per questo ritengo che in occasione dei rinnovi dei vertici delle società a partecipazione statale dovrebbero venir nominati solo manager stranieri. Non perché siano necessariamente più bravi degli italiani, ma perché sarebbero un segnale fortissimo di cambiamento. Cambiamento nel modo di fare politica: sarebbero garanzia di scelte basate sul merito e non sul clientelismo politico. Cambiamento nel modo di gestire le partecipazioni statali: difficilmente uno straniero si presta a quei do ut des tipici dei boiardi di Stato. Cambiamento anche del modo di fare business in Italia. Una massa critica di persone con mentalità diversa permetterebbe al Paese di fare quel salto culturale di cui ha bisogno. È chiedere troppo a Letta ?