da Il Corriere della Sera
Non contano i passaporti
di Massimo Gaggi

 

Si può anche essere contrari alla vendita della principale società di telecomunicazioni a soci stranieri, ma chi sceglie questa posizione per difendere «gli interessi dell’Italia» dovrebbe prima chiedersi quali siano davvero questi interessi: la proprietà nazionale della rete o la garanzia di adeguati investimenti per mantenerla tecnologicamente aggiornata e di una gestione competente ed efficiente? È più importante che sul tetto della società sia piantato il tricolore o che cittadini e imprese italiani dispongano di servizi affidabili e a basso costo? Dopo il turbine di dichiarazioni seguite all’annuncio della trattativa avviata da Marco Tronchetti Provera con At&t e América Móvil per il controllo di Telecom Italia, sarebbe bene che, anziché sprofondare in polemiche poco sensate sulla «lesione della sovranità nazionale», ci si chiedesse, nel modo più pragmatico possibile, quali conseguenze concrete possono derivare, per gli utenti, da un cambio della guardia alla Telecom.
Proprietà italiana a tutti i costi? Quelli che si sono succeduti negli ultimi anni al timone della Telecom non si sono certo distinti per una gestione lungimirante del gruppo. E chi invoca un intervento della politica dovrebbe ricordare che all’origine della crisi attuale c’è l’enorme indebitamento caricato sulle spalle della società telefonica dagli scalatori che nel ’99 la conquistarono con l’esplicito sostegno del governo del tempo. La rete, che in altri Paesi è in mani pubbliche, va difesa sottraendola ad un’eventuale proprietà straniera per il suo valore strategico, visto che i suoi grandi impianti non sono «duplicabili »? Nell’era dell’informazione globale la rete di telefonia fissa è destinata a perdere la sua centralità: il traffico passerà sempre più via Internet.
E ai vari sistemi di trasmissione da apparecchi mobili si aggiungeranno presto nuovi network avanzati come quello denominato WiMax. Difendere l’esistente, insomma, è miope. Detto questo, ancora per un po’ la rete fissa giocherà un ruolo importante: ma la proprietà italiana ci ha garantito fin qui un sistema soddisfacente in termini di costi, tecnologia e sicurezza? La risposta è di nuovo un no: basta scorrere le cronache dello scandalo delle intercettazioni o quelle delle continue dispute tra il gestore e le authority chiamate a difendere l’interesse degli utenti.
Allora il problema non è quello di essere favorevoli o contrari allo sbarco di americani e messicani: probabilmente Pirelli ha iniziato a negoziare con loro soprattutto per stimolare nuove offerte italiane ed europee. Il problema è quello di uscire da una logica difensiva: tutti alla disperata ricerca di un «cavaliere bianco » italiano che tolga l’assedio alla Telecom. Poco importa se poi questo soggetto si limiterà a gestire l’esistente senza osare, senza grandi visioni strategiche. E se, magari, chiederà di essere ricompensato con un’altra rendita, alla faccia delle authority.
Sarebbe un grave errore. Non è detto che messicani e americani rappresentino la soluzione giusta: alcuni vedono importanti sinergie in America Latina e una Telecom Italia che potrebbe diventare la testa di ponte per lo sbarco di At&t in Europa. Secondo altri il gigante americano continua ad acquisire nuove attività soprattutto per mascherare l’andamento stagnante della sua attività di base. Certamente, però, i possibili nuovi proprietari di Telecom vanno valutati non per il loro passaporto, ma in base alla loro effettiva capacità di offrire alla società italiana una prospettiva di crescita in un settore da anni in difficoltà e che è destinato a vivere tempi sempre più difficili per la crescente concorrenza degli altri sistemi di trasmissione.