Riporto una posizione contraria all’immigrazione temporanea altamente qualificata ed all’introduzione della Carta Blu europea
Estratto da zai.net Lazio gennaio/febbraio 2009CERVELLI IN PRESTITO

 

di Marco Bevilacqua, 19 anni Roma

L’UNIONE EUROPEA APPROVA UN PERMESSO DI SOGGIORNO SPECIALE PER GLI EXTRACOMUNITARI LAUREATI. CON UN ERRORE DI FONDO: L’IMMIGRAZIONE NON È SOLO UN PRESTITO DI MANODOPERA

Sfatiamo un mito: chi sfugge alla miseria, chi scappa da fame e guerre, non è per forza un miserabile. Anzi, spesso e volentieri, i cittadini stranieri che per strade più o meno accidentate raggiungono le coste del nostro Paese erano classe media, uomini e donne con livelli di formazione elevati, laureati o diplomati. Di necessità si fa però virtù, e in un Paese come il nostro, dove anche i talenti locali non trovano adeguati spazi, è più richiesta una colf di un ingegnere. Per cercare di intercettare e sfruttare appieno questi flussi migratori di personale specializzato l’Unione Europea ha ideato la cosiddetta “Carta Blu”, un permesso unico di lavoro e di residenza che prevede un piano di accoglienza europeo, concesso rapidamente agli extracomunitari altamente qualificati. La Carta avrà validità triennale, rinnovabile per altri due anni solo presentando un contratto di lavoro valido. Lo scopo è avviare un processo virtuoso che cambi l’immagine del migrante, generalmente identificato con crimine, elemosina o comunque posizioni subalterne. Società come quelle europee, in netto calo demografico, non possono prescindere dall’apporto di nuove energie da Paesi emergenti, copiando gli Stati Uniti che da anni saccheggiano le migliori università indiane e cinesi. Il provvedimento gioverà a quelle migliaia di immigrati qualificati che spesso non riescono a far riconoscere dagli Stati ospiti i propri titoli di studio. Buone notizie dunque per le aziende europee, che potranno facilmente attingere ad un bacino potenzialmente infinito di eccellenze professionali e culturali. Dietro alla Carta Blu, però, sta un’idea distorta di immigrazione, un’immigrazione “momentanea”: fintanto che il mio sistema economico ha bisogno di te puoi rimanere, ma non appena potrò rimpiazzarti con un professionista “indigeno” tanti saluti e torna a casa tua. Questa miope posizione non tiene conto della storia del mondo, dove ogni società (esempio colossale ancora una volta gli Usa) si è sempre giovata del cosiddetto “melting pot ”, la fusione di culture diverse. Il progetto comunitario, invece, punta semplicemente ad ottenere prestazioni temporanee di lavoro, in modo che anche l’integrazione sia precaria. Se da un lato dunque si aprono allo straniero i livelli più alti del mondo lavorativo, dall’altro questo provvedimento non segue un’idea di integrazione definitiva, da cui scaturiscano “nuovi europei”. Anche in Italia si assiste ad una tendenza alla chiusura, si arriva a coinvolgere persino i bambini: la proposta del Governo di istituire “classi ponte” per i figli di immigrati nelle scuole primarie ha l’obiettivo dichiarato di insegnare meglio la lingua ma ha come effetto collaterale la creazione di ulteriori separazioni, con danni in primis proprio per gli alunni italiani, cui viene sottratta la possibilità di allargare il proprio orizzonte culturale. Con questo sistema le discriminazioni passeranno di padre in figlio: anche chi nasce in Italia avrà vissuto un’infanzia da straniero, e questo senza tenere conto dell’incidenza enorme che i bambini stranieri hanno sul tessuto delle scuole di un Paese senza figli. Secondo il Dossier Immigrazione della Caritas, il 67,5% degli immigrati residenti a Roma ha una formazione secondaria superiore o universitaria, circa 30 punti percentuali in più rispetto ai romani de Roma. Gli studenti non italiani nel Lazio sono ben 49.428, di cui 25.868 solo nel Comune di Roma. Questi dati mostrano come una parte consistente di extracomunitari ormai faccia parte della nostra realtà, anche se spesso non riescono ad ottenere il riconoscimento degli studi effettuati, né a proseguirli: secondo la legge Bossi-Fini sull’immigrazione, infatti, chi è entrato per ricongiungimento familiare (un minorenne con un parente residente in Italia) al compimento dei 18 anni viene rispedito nel Paese di origine, in attesa di poter rientrare con un permesso di studio (difficilissimo da ottenere), di lavoro (ma allora non può studiare) o semplicemente da clandestino. In Italia, per accedere ad un corso universitario occorrono tredici anni di studi, uno o due in più di tutti gli altri Paesi; gli immigrati laureati o con un diploma di scuola superiore si trovano comunque a dover frequentare nuovamente le scuole per raggiungere la soglia minima e accedere ad un corso di laurea. Ancora più difficile, poi, mettere a frutto le proprie competenze. Certamente la crisi economica attuale rende ancora più difficile accettare la presenza di extracomunitari, visti come concorrenti (per di più al ribasso) nella ricerca di lavoro. Resta però vero che svolgono lavori che gli italiani ormai non vogliono oppure non sono più in grado di fare. Senza questo apporto la nostra economia subirebbe un ulteriore contraccolpo negativo. Per questo c’è spazio per gli immigrati che creano impresa, pagano le tasse, mandano a scuola i figli. Molti italiani non capiscono che questa integrazione è fondamentale per la crescita del nostro Paese. Basta guardare quello che è già avvenuto in altri Paesi europei e negli Stati Uniti, dove ormai le stesse élite al potere discendono da immigrati. L’Italia resta indietro anche in questo settore per la mancata accettazione delle diversità e per la presenza di una profonda sclerosi sociale con un invecchiamento progressivo e generale di tutti gli strati sociali. La miopia politica raggiunge l’apice nel momento in cui agisce per bloccare proprio l’afflusso degli immigrati (per il 2008 limitati a 150.000), attualmente nettamente al di sotto delle esigenze di mercato. Miope è pure il blocco della integrazione nelle scuole: tenere separati gli immigrati, oltre a rimarcare una volontà di esclusione, impedisce una loro reale integrazione sociale. L’immigrato non riesce a mantenere i suoi valori culturali e al tempo stesso non riesce ad accettare quelli che gli vengono imposti. L’immigrazione è un fenomeno inarrestabile e destinato a svilupparsi. Mentre il sistema produttivo domanda più immigrati lo Stato e la società li rifiutano. Una antinomia alla quale prima si metterà la parola fine e meglio